Anche i fiori piangono

 ANCHE I FIORI PIANGONO

Andrea Greco, concentrato in una pittura informale alle volte materica, è osservatore dell'uomo contemporaneo, in particolare del suo pensiero e delle sue emozioni. Prova ad ascoltare gli stati d'animo altrui cercando in essi ispirazione e suggerimenti per i suoi quadri. Riflette sulla diffusa superficialità attuale e spinge verso una nuova direzione, quella della poesia e del sentimento capaci di colpire l'animo umano e di ottenere positività e concretezza. Pittura informale è da sempre linguaggio di Greco, il quale sostiene essere il suo miglior mezzo per catalizzare l'attenzione dello spettatore. Si esprime sempre attraverso un rigoroso equilibrio tra materiali e colori, lasciandoci ad una piacevole visione. L'artista ama pensare le sue opere come romantiche metafore appese ad una parete, come se il muro verticale fosse la nostra capacità di pensare e di riflettere. La serie Anche i fiori piangono, ha dato vita a bouquet dall'animo gentile, dai sentimenti profondi e dalle emozioni indiscusse. Emozioni, che di fronte ad un fiore, ad un mazzo di fiori, ciascuno di noi è portato a rievocare nella memoria in un preciso istante. Bouquet, prima completamente abbandonati a spazi senza definizione, ora, sono inseriti in contesti spaziali, qualche volta evidenti e qualche altra volta percepibili. Spazi che sono il risultato di sovrapposizioni di piani strutturati e disegnati da linee. Linee gioco come messaggi subliminali: i fiori sono chiusi in ambienti che non gli appartengono, o fiori che non appartengono a quelli spazi, metafora di una società per l'artista scorretta, capace di chiuderti e di farti sentire in bilico. Anche i fiori piangono, come gli esseri viventi, lo fanno in silenzio lasciandoci la percezione di un timido suono che si presenta materialmente sotto il profilo di rugiada.

Martina Corbetta
Catalogo mostra Le trasparenze del sensibile, 2013, Spazio OB, Seregno (MI)

UN RITORNO ALLA PAROLA

Tempo fa accennai che il linguaggio di Andrea Greco mi richiama ad un intimismo contemporaneo.
Lasciai in sospensione questa mia affermazione.
Ora, con quel ciclo di “anche i fiori piangono” non possono tacere. Conoscendo il percorso di Greco, dagli autoritratti disincantati, all’olocausto, dalle polaroid, alle voci della Brugheria, fino ai recenti Karma, l’artista continua a utilizzare catrami, bitumi, smalti e resina ma si rinnova sempre, spingendo affinché sia ora il cuore a parlare con una espressione di sentimenti, di quegli stati d’animo più intimi. Ora più che mai abbiamo bisogno di un risveglio emozionale, di una poesia che inizi dalla nostra sensibilità ed anche dalla nostra coscienza. E’ dai tempi degli impressionisti che le distorsioni dei colori e delle forme davano l’essenza alla pittura per esprimere stati d’essenza, comunicando calore e serenità. Forse dovremmo ricominciare ad apprezzare un’opera artistica come fosse una poesia, che è da sempre uno strumento iniziatico, e ci permetterebbe di aprire una rinascita culturale a partire dalla propria individualità. In questo ciclo in cui l’Artista si mette in gioco, ingannando chi vede in esso un approccio meramente figurativo, ma infatti non si tratta di nature morte, si legge un’arte diluita, slegata, soffusa, quasi non finita. Ed è una ribellione ai gesti provocatori dell’arte contemporanea, una ribellione con un pensiero rivolto alla polvere e al fiato leggero e sospeso. E’ un ritorno alla parola.
Andrea Greco un giorno mi disse: ”Non badare alla forma, segui il gesto!"
Soltanto dinnanzi all’opera mi accorsi che questo tempo troppo distratto non mi permetteva di leggere l’eccezionalità di quel gesto.
E’ soltanto una pittura formicolante di attimi percepiti con una intensità e fugacità meravigliose.
Greco non ricorda niente e nessuno. Ha il suo stile, ha il suo modo di fare arte, in un tempo che pare non il nostro medesimo, ma sta al centro del nostro essere, come un virtuosismo di cuore e di mano. Quel gesto si trasforma e diviene pensiero. Perché questo tempo contemporaneo ci porta sempre altrove e ci allontana dalla poesia e dalla forza delle parole. Con quelle pennellate in apparenza casuali, con quegli spessori che incidono sulla luce, con quei grumi di colore che non rispettano le leggi dei complementari, si entra nell’intimità della pronuncia dell’artista, quasi a coglierne la voce. E mi scuso con l’Artista, egli sa bene quanto esitai prima di comprendere questo gesto… Oggi cerco e trovo in questi “Anche i fiori piangono” sensazioni o qualcosa di remoto che torna ad affiorare. Non posso chiudere questo mio breve pensiero con una citazione di Italo Calvino: “nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell'intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità appartengono ad un altro universo da quello del vivere".

Alessandro Celli (Ale Artebrixia), 2012

LA LINGUA BATTE DOVE IL CUORE VUOLE

Il segno va dove gli pare, in fondo. Fa quello che vuole, tutto sommato. Si serve di un padrone che gli permette di orientarsi in uno spazio per uscire da quel mondo silenzioso ed impenetrabile che è quello dell’ intimo sentire. Il segno non ha controllo, non si sa bene dove voglia andare a finire, ammesso che voglia finire da qualche parte.  Sembra che Andrea Greco voglia dargli una direzione, voglia tentare l’impossibile: organizzare la forma dell’informale.  Ma l’istinto vince, e sempre prende il sopravvento. Direzionare la libertà è faccenda davvero complessa, è un fatto perdente.  Perciò Greco prosegue nel suo cammino, ormai maturo e di successo, lasciando che la traccia lasciata sul foglio o sulla tela faccia quello che vuole. Una battaglia continua con prove, tentativi, progetti pensati e poi abbandonati, oppure consolidati da una bella testa dura, che per un artista del suo calibro è fondamentale.  Si tratta di sfidare la banalità imperversante, e di aggirare l’ ostacolo di quelle uniformità di pensiero che stritolerebbero il suo lavoro in quattro parole di circostanza e molti paragoni infruttiferi. Oggi Greco è Greco, senza chiedere prestiti a nessuno. Con la sua fragilità raccontata da una penombra che invade le sue opere o vi si affaccia appena, sempre e comunque, come una aria leggera e grigiastra nei boschi della Brianza. Con la sua potenza espressiva che rischia l’eccesso ma si guarda bene dal tuffarcisi dentro. Con la sua curiosità, espressa con colori e bitume come in un rituale rigorosamente collaudato, che circoscrive la forza dei suoi abbondanti sentimenti. “Buon sangue non mente”, e nemmeno il suo. Quei rossi squillanti, quelle virgole di arancio o di azzurro mare che  oggi mette nel suo progetto Anche i fiori piangono, sono figli e fratelli di colori del Sud e del Mediterraneo. Stanno dentro i suoi cromosomi e sbucano fuori proprio quando le giornate uggiose di Mozzate o di Milano lasciano poco spazio ai sentimenti accesi. Andrea va a riprendere quello che ha dentro di sé e consuma una liturgia che dovrebbe esser chiara a chiunque voglia saperne di informale: tra anima e pennello è già troppo che ci sia un braccio a guidare. Il segno è segno, e comanda quasi tutto, perché alla fine decide una tecnica lucida e inoppugnabile. Andrea Greco guarda al futuro in mezzo a mille dubbi, come tutti. Non sa come e dove andrà a prendere forma la sua prossima mossa professionale, non può decidere che domani avrà la sua pittura. Ha i dubbi di tutti. Se l’ informale è figlio del dubbio e della contrizione, se è stato il documento e il manifesto di un disastrato dopoguerra, del disagio nudo e crudo, allora è logico dire che Andrea racconta anche noi, tutti i giorni. Di certo lui sa che la sua pittura non può né deve avere sbavature nella ricerca continua, deve dare e dare ancora. E qual mezzo migliore di un segno che non deve rendere conto a nessun tracciato accademico? Greco ha un compito quotidiano, senza accessori. Una ricerca che ci faccia sentire sempre dentro a quelle libere capriole di colore e di vitalità. Un segno del segno, una traccia dei tempi. La si avverta come una sberla o una carezza, non importa. Greco è come quei lontani eroi del calcio di una volta, a cui gli Dei davano la lancia della vittoria. Quelli che sapevano dove aspettare una palla stregata, per sfottere l’avversario con un dribbling beffardo come una pennellata sinusoidale, e scaraventarla in rete senza remissione di peccati, fino a far tremare montanti e traversa. Il segno va dove gli pare e Andrea lo accompagna dove vuole, con una grazia che è dei virtuosi.

Giorgio Barassi, 2012

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